Major…ette: nota su viralità e marketing (in vino veritas, in scarpe Adidas)

Mettiamo il caso che sei uno studente di non si sa cosa e decidi, perché sì, di inventarti uno spot con cui fare i miglioni. Quelli grossi, col gl, come ne “I gemelli”, con Schwarzenegger e De Vito. Nella tua testa ti inventi la storia, te la giri e te la rigiri, e gli dai anche una veste, un prodotto: poi lo giri con le scarpine dell’Adidas in primo piano e quando lo hai rifinito lo porti a detta azienda, per far vedere quanto sei bravo e fare i miglioni, come sopra. Resti stupefatto quando non te lo comprano: ma come, è bellerrimo. C’è dentro tutto quello che vi serve, vecchi, scarpe, lacrime, uno che sembra Carletto Mazzone, le infermiere cattive tipo nido del cuculo, la promessa di un infarto secco scappando dall’ospizio: non ci puoi credere, che non te l’abbiano comprato, avevi già dato l’anticipo per la Golf nuova.

Ah, vabbè. Allora fai come fanno tutti: lo metti online e ci scrivi sopra, “Non ci posso credere! Ma davéro davéro! Adidas non compra il video di giovane studente e questo diventa virale!”. Ovviamente, il solo fatto che tu scrivi questa cosa fa sì che, condividendo la notizia su Twitter e Facebook, buona parte di quelli che non hanno una minchia da fare tutto il giorno – il cui numero è Legione – prenda e corra subito a vedere come mai hai pensato fosse così bello da sottoporlo nientemeno che ad Adidas, per poter poi dare il giudizio sul come mai Adidas lo abbia scartato. Gli ingredienti sono in tavola: c’è la storia commovente del giovane studente, c’è l’ingiustizia, c’è la lotta alla Major (in quanto grossi sono sempre ricchi, in quanto ricchi son sempre borghesi, come avrebbe detto o cantato Gaber), ci sono i vecchi che ricominciano a correre, verso l’alba, perché verso il tramonto faceva un po’ macabro predestinato, insomma. Non ci vuole altro perché i sette ottavi del Web corrano a giudicare la cosa e a condividere come se non ci fosse un domani.

Poi la notizia finisce su qualche aggregatore di cose altrui tipo il Fuffington Post, che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, ma però c’è. Da lì al Corriere e a Repubblica, giornali cui il passaggio dalla carta all’immateriale potrà aver fatto un discreto bene al portafogli ma, diciamocelo, alla statura giornalistica mica tanto, con la loro necessità di riempire la colonna di destra di contenuti clickbait tipo foto della suocera che vuole trasformarsi chirurgicamente in un ornitorinco e della cipolla la cui storia ha fatto piangere il Web, il passo è brevissimo: al redattore non parrà vero di poter fare copia incolla e creare un contenuto che ha già dimostrato di poter attirare qualche miserabile clic dovendo scrivere si e no due frasette. Il capo servizio, servizievole (costa? No? E allora vai vecchio!) glie lo passa, e questo finisce sul Nazionale; in questo modo assumendo ancor più una veste di credibilità in quanto notizia, una nobilitazione che, insomma, ci sta tutta, e che rende ancor più virtuoso il passaggio delle condivisioni web, non provenendo da uno dei soliti siti bufala.

E il giochino si va ingrossando sempre più. D’accordo: abbiamo parlato di frutta, come dicevano gli indiani Hopi quando avevano in realtà parlato di cose sacre ma non volevano entrare nel mirino dei potentissimi spiriti che avrebbero potuto disseccare loro l’apparato riproduttivo tutto. Non ce ne vogliano le testate summenzionate, perché la nostra critica non è rivolta – una volta tanto – a loro, ma a tutto il sistema dei clic che mentre con una mano ti regala qualche spicciolo (sempre meno, visto il sistema dei guadagni dell’advertising in costante calo) con l’altra ti sottrae un intero mondo di senso, e di guadagni. Attenzione: non stiamo neppure a valutare il povero video di cui sopra (storia vera, del resto). Piace, non piace; a molti piace, a noi a tratti, a tratti proprio no. Son gusti. Sta di fatto che la Major sunnominata ha pensato, ehi, ma il nostro target attuale sono gli anziani che scappano dalle case di riposo? Ma il messaggio che porta detto spot non è un po’ pericoloso?

Ma a noi interessa legare il nostro marchio alla tristezza? Ma siamo improvvisamente diventati un’azienda no profit senza rendercene conto e facciamo pubblicità sociale? Ma in che fascia oraria lo mandiamo questo qui? Ma non sarà che per l’effetto Priming adesso ogni atleta che si mette le nostre scarpe pensa a questo vecchietto e gli si alzano i tempi di tre, quattro secondi? E via di questo passo (tutte domande rispettabilissime, a pensarci bene). E insomma, non l’hanno comprato. E per questa azione malvagia, che è nel loro pienissimo diritto ( anzi, si tratta di apporre il loro marchio a una cosa che tutti possono vedere e siccome dalle vendite derivano non solo le vacanze in Grecia col panfilo ma anche gli stipendi di seimila operai solo in Germania hanno detto, grazie, noi passiamo ) non solo finiscono criticati e dileggiati (ma come, il video è bellissimo, pensa che fessi!) ma va pure in giro col loro logo impresso, bypassando di fatto tutti i dubbi che ci siamo divertiti ad enumerare poco fa.

Ecco; in un mondo in cui vige lo stato di diritto, e non di rovescio, una roba così non solo non è possibile, ma se è possibile poi finisce male, perché la Major malvagia, il cui marchio non è proprietà del popolo ma di quelli che lo hanno costruito in tipo ottant’anni di attività o più, fa una causa spaventosa a tutte le figure di cui sopra e la vince. Perché se lo fanno a te e creano una linea di pannolini col tuo viso sopra ti incazzi e hai ragione, per quanto carina e tenera sia la cosa. Questa cosa, ovviamente, non succederà, per tanti motivi. Primo, ormai le cose vanno per questa china. Secondo, ci farebbero la figura dei despoti.

Terzo, più se ne parla più lo spot fake va in giro, quindi metterla a tacere prima che sia possibile. Quarto, perché – ormai dovreste averlo capito, è da un po’ che ve lo diciamo e anche solo in questo articoletto vi abbiamo dato abbastanza indizi per una tesi di laurea – potrebbe essere un fake tutta la vicenda intera: «Nonostante l’indiscussa bontà dello spot, il dipartimento Comunicazione e Marketing dell’azienda tedesca non ha preso in considerazione il lavoro, perché, come racconta Merher all’Huffington Post: “Abbiamo cercato di inviarlo (ad Adidas), ma non abbiamo ottenuto alcuna risposta”». E per parafrasare il tormentone di quel comico di qualche decina di anni fa, e voi cliccate, loro pubblicano e voi cliccate, ve cliccate tutto…

FONTE: http://www.7per24.it/2017/01/08/major-ette/

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