Chi ha il reddito di cittadinanza ora aiuti gli altri

Nel Paese messo in ginocchio dalla più grave crisi dal Dopoguerra nessuno può pensare di cavarsela tirando in ballo ragionamenti sintetizzabili con il classico "chi ha dato, ha dato... chi ha avuto, ha avuto!"

Nel Paese messo in ginocchio dalla più grave crisi dal Dopoguerra nessuno può pensare di cavarsela tirando in ballo ragionamenti sintetizzabili con il classico «chi ha dato, ha dato... chi ha avuto, ha avuto!». In queste ore milioni di lavoratori dipendenti, professionisti e partite Iva si perdono nei meandri dei decreti tra codici Ateco e deroghe che consentano loro di sbarcare il lunario. Eppure, ai tempi del Coronavirus, c'è una fetta di italiani il cui orizzonte nel breve periodo non è mutato, né è ipotizzabile - purtroppo - che cambi nei mesi a venire, considerate le ricadute sul mercato del lavoro. Si tratta dei beneficiari del reddito di cittadinanza: una platea di 933mila famiglie per 2 milioni e mezzo di persone, tra cui 412mila che vivono da sole, stando agli ultimi dati Inps. A pochi italiani oggi è consentito prestare la propria opera per garantire «servizi essenziali». Alla maggioranza di essi è vietato lavorare per cause di forza maggiore, mentre a una minoranza nemmeno tanto ristretta il sussidio continua a essere riconosciuto. Qualcuno osserverà che parliamo di somme non esorbitanti: l'importo medio mensile dell'assegno è di 500 euro, con una differenza di almeno 100 euro a favore degli aventi diritto del Sud rispetto a quelli del Nord. Ma, leggendo bene i numeri, si scopre che la spesa pubblica per reddito (e pensioni) di cittadinanza fino a gennaio è stata pari a 4 miliardi e 358 milioni di euro. Tutt'altro che briciole, in una fase in cui la politica è alla disperata caccia delle risorse per rianimare l'economia nazionale duramente colpita dal Covid-19.

Da ogni parte giungono appelli alla responsabilità dei cittadini. Il cui senso civico, però, non può limitarsi a seguire le norme di comportamento per contenere il contagio. Occorre fare un passo ulteriore, come testimoniano tutti i medici, gli infermieri e i volontari accorsi in prima linea. In parole semplici: «Restate a casa» è bene, «non restate con le mani in mano» è meglio. Viviamo in un mondo che non fa della riconoscenza la virtù più praticata, tuttavia in momenti come questo chi più ha ricevuto, più è chiamato a restituire. Lo hanno fatto con le loro donazioni, in grande, imprenditori e personaggi dello spettacolo e dello sport; imitati, in piccolo, da centinaia di migliaia di connazionali in un'eccezionale corsa a tendersi la mano, pur a distanza.

L'occasione è preziosa per trasformare il pregiudizio in orgoglio. Se si vuole cancellare quella fastidiosa etichetta di assistenzialismo, basterebbe che pochi percettori del reddito di cittadinanza contribuissero ad alleviare il disagio di molti. Non è una suggestione: il Codacons ha già fatto una proposta del genere alla Regione Sicilia. La strada è stata percorsa da diversi Comuni, per esempio nella cura degli spazi verdi o per ragioni di pubblica utilità. Nel rispetto delle misure di sicurezza e con il coordinamento degli enti locali, il supporto di così tanti italiani sarebbe fondamentale nell'assistenza agli anziani a rischio, consegnando loro la spesa e i farmaci, o nel gestire le code nei supermercati oppure nella distribuzione di guanti e mascherine alla popolazione, quando se ne avrà la disponibilità. Chi finora ha soltanto preso, proprio nell'emergenza ha una ragione in più per sdebitarsi con uno Stato che con lui si è dimostrato generoso come in rare altre circostanze. Scatenando almeno un effetto domino positivo: sappiamo tutti quanto sia molto più contagioso, e per fortuna, il virus della solidarietà.

Speciale: