Che ne sarà di Ethereum a cinque anni dalla nascita

ethereumRicordate l’entusiasmo e la speculazione feroce che hanno circondato bitcoin, Ethereum e tutti i loro fratelli a cavallo tra il 2017 e il 2018? Da allora, il mondo delle criptovalute è entrato in crisi: il valore della maggior parte delle monete è crollato anche del 90%, mostrando come persino le realtà più solide e credibili non fossero in grado di produrre risultati e come molti di questi progetti fossero fuffa (in alcuni casi proprio una truffa).

Questo non significa che la blockchain, l’invenzione della persona che si nasconde dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, sia stata un flop. Al contrario, il registro digitale e automatico ha trovato importanti utilizzi nel mondo della logistica (come ricorda Reuters), è alla base di progetti ambiziosi come la moneta digitale cinese e come Libra, la criptovaluta di Facebook. In poche parole, le applicazioni più concrete della blockchain sono in mano a quelle stesse entità che i pionieri di questo mondo puntavano a rovesciare.

Eppure, ormai lontane dai riflettori, sono ancora moltissime le realtà che continuano a sperimentare, con l’obiettivo di mantenere – a 12 anni di distanza dalla nascita dei bitcoin – le promesse rivoluzionarie e libertarie della blockchain. Tra queste, una delle più promettenti è ancora Ethereum, la piattaforma che ospita la seconda criptovaluta per valore (ether) e che ha dato vita a uno strumento potenzialmente rivoluzionario come gli smart contracts, contratti che – tramite la blockchain – si eseguono automaticamente nel momento in cui le condizioni sottoscritte dalle parti vengono soddisfatte.

Il 30 luglio 2020 Ethereum compie cinque anni. La nascita risale al 2015, quando il suo creatore Vitalik Buterin dà forma (digitale) alle intuizioni contenute nel white paper dell’anno precedente. Lo stesso Buterin – che incredibilmente ha ancora oggi solo 26 anni e continua a vivere da vagabondo del mondo informatico – è sempre saldo al timone della sua creatura, dopo aver affrontato le ripidissime montagne russe che hanno caratterizzato questi primi cinque anni.

Montagne russe contraddistinte prima dalle promesse mai realizzate di cambiare il mondo – sfruttando gli smart contracts per la compravendita di energia pulita, per fornire documenti ai profughi o per votare dal computer di casa – e poi dal successo di uno strumento altamente speculativo come le Ico (initial coin offering): l’equivalente blockchain delle quotazioni in borsa che si sono svolte in larghissima parte sulla piattaforma di Ethereum e che per quasi due anni hanno dato vita a un far west della finanza ad altissimo tasso di rischio.

La spinta delle Ico

È proprio il successo delle Ico che consente al valore della criptovaluta di Ethereum di crescere a velocità inaudite: nel gennaio 2017, un ether vale 10 dollari. Esattamente un anno dopo tocca i 1.300 dollari, trasformando in milionari molti di quelli che avevano creduto nella creatura di Buterin. Le Ico, però, sono materiale rischioso: finanza selvaggia, senza regole, attorno alla quale girano un mare di soldi (3 miliardi di dollari nel solo gennaio 2018). Inevitabilmente, le truffe si moltiplicano e sono sempre più le persone che si ritrovano con il cerino in mano e zero soldi in tasca. Gli enti regolatori del mondo finanziario iniziano a drizzare le antenne e poi intervengono a gamba tesa, facendo piazza pulita di buona parte delle Ico.

Complice anche il crollo dei bitcoin, il valore degli ether precipita: dai 1.300 del picco si arriva un anno dopo a circa 100 dollari. Il valore della criptovaluta di Ethereum perde oltre il 90% del suo valore. A causare il crollo non sono solo le bolle speculative, le promesse irrealizzabili, le truffe finanziarie e tutto ciò che in quegli anni ha contraddistinto il mondo blockchain, ma anche dei banali problemi tecnici. Ethereum è lento: consente di processare poco più di venti transazioni al secondo. Un numero troppo basso, che causa l’intasamento della blockchain ogni volta che un progetto – fosse anche un gioco in stile Tamagotchi come le CriptoKitties – ha successo.

Questioni ambientali

Inoltre, Ethereum inquina. Il meccanismo del mining – che consente di conquistare criptovalute sfruttando il potere computazionale più elevato possibile per risolvere dei complicatissimi puzzle informatici – richiede enormi quantità di energia. All’apice del suo successo, la blockchain di Ethereum consuma poco meno dell’intera Irlanda (circa 25 terawatt). È lo stesso Buterin a porsi il problema: “È un enorme spreco di risorse. Ci sono delle persone in carne e ossa il cui bisogno di elettricità viene spodestato da questa roba”.

Tra progetti abbandonati, eccessivo consumo energetico, speculazione finanziaria e crollo del valore, sul finire del 2018 sembra che gli ambiziosi progetti di Ethereum – e delle criptovalute in generale – siano destinati a finire nel nulla. Lo stesso Vitalik Buterin inizia a mostrare segni di stanchezza e si sospetta che sia pronto ad abbandonare la barca (d’altra parte, per chi accumulava bitcoin già nel 2011 e ha poi inventato Ethereum, i soldi non saranno mai un problema).

Qualcuno potrebbe pensare che sia la fine di tutto, ma gli sviluppatori di Ethereum – con Buterin rimasto alla guida – continuano a lavorare al progetto come dipendenti della fondazione con sede a Zugo (Svizzera) e con team operativi a Londra, Berlino e Amsterdam. Uno sviluppo che si basa fondamentalmente su due aspetti: rendere la blockchain più veloce e più efficiente dal punto di vista energetico.

La nuova primavera

Ed è proprio nei giorni del quinto anniversario, dopo un lungo e accidentato percorso, che ci si prepara al lancio della prima versione di quella che diventerà Ethereum 2.0. Senza entrare nei complicatissimi dettagli tecnici, basti sapere che grazie a un meccanismo noto come sharding (che divide i dati della blockchain in sottoinsiemi più piccoli, rendendo più agevole la loro gestione da parte dei computer) e al passaggio alla proof-of-stake (che seleziona causalmente a chi, tra i possessori di Ethereum, affidare temporaneamente le chiavi della blockchain) sarà possibile elaborare migliaia di transazioni al secondo consumando pochissima energia.

Queste innovazioni permetteranno a Ethereum di risolvere l’annoso “trilemma della blockchain”, secondo il quale non è possibile avere contemporaneamente sicurezza, velocità e decentralizzazione. Ethereum, se tutto andrà per il verso giusto, sarà quindi efficiente e sostenibile. Una direzione premiata dagli investitori: il valore della criptovaluta di Ethereum è più che triplicato dai suoi minimi del 2018 e oggi ha raggiunto 320 dollari.

Nel frattempo, la blockchain di Ethereum ha superato quella dei bitcoin ed è diventata la più utilizzata in assoluto. Merito anche dell’ultima moda in ambito blockchain: la Defi, la finanza decentralizzata che consente di prestare soldi e fare investimenti, e che in futuro potrebbe permettere anche di ottenere mutui. Un nuovo far west finanziario che si svolge in larga parte su Ethereum e che secondo alcuni esperti potrebbe dare vita a una nuova corsa all’oro simile a quella delle Ico.

Per quanto la Defi stia sicuramente giocando un ruolo nella crescita del valore degli ether, si tratta comunque della solita pratica speculativa ad elevatissimo rischio tipica delle criptovalute. Nulla a che vedere con le ambizioni di Vitalik Buterin di dare vita a un’ecosistema maturo, serio e affidabile. Come minimo, però, questa nuova moda – che ha già raggiunto i sei miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato – mostra come sia ancora troppo presto per dare per morte le monete digitali.

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