Jonathan Galindo è la nuova Blue Whale: perché continuiamo a cascarci?

Gadget at nightUna inquietante figura contatta i giovani via web, si guadagna la loro fiducia e poi li spinge a gesti orribili. È Jonathan Galindo e ovviamente si tratta di una leggenda metropolitana. Che però in Italia sta sviluppando un vero e proprio panico morale: una narrazione collettiva distorta, dove un presunto pericolo sociale diventa un capro espiatorio che in breve cattura tutta la nostra attenzione.

Poi il fenomeno tende a spegnersi, ma la brace continua a covare sotto la cenere. Ci siamo già passati altre volte nell’arco di una manciata di anni, ma il nome era diverso. Per capire meglio in cosa consiste il fenomeno Jonathan Galindo, è utile prima di tutto capire quali sono i suoi progenitori.

Le puntate precedenti: Blue whale…

Prima di Jonathan Galindo c’è stato Blue whale, il “gioco suicida” che recentemente è stato avvistato anche in un film d’essai. Secondo la leggenda il gioco aveva causato un’epidemia di suicidi in Russia. La rete di curatori, cioè gli individui che torturavano psicologicamente ragazzi e ragazze, era ovunque su internet: bastava un hashtag per trovarli. Le vittime plagiate si infliggevano sofferenze fisiche e mentali di ordine crescente, fino a togliersi la vita. Fine del gioco.

In Italia Blue whale non esisteva prima del servizio delle Iene della primavera 2017: dal giorno dopo era sulla bocca di tutti, forze dell’ordine comprese. Lo stesso copione si è ripetuto un po’ in tutto il mondo, anche se con diversi livelli di psicosi: tra i casi più gravi abbiamo avuto l’India e l’America Latina. La genesi della leggenda è un po’ complessa, ma si può provare a sintetizzare. A fine 2015 si suicidò una ragazza molto attiva sui social, Rina Palenkova. La sua vita online è stata passata al setaccio e alcune sue foto e post sono diventati meme. Nel 2016 la rivista russa Novaja Gazeta ha ipotizzato un legame con altri 130 suicidi e un gioco diffuso sul social network russo Vk, a cui Palenkova, in base ai post, avrebbe partecipato.

https://twitter.com/search?q=blue%20whale%20panic&src=typed_query

Nulla di tutto questo corrisponde però alla realtà, che invece è quella di un paese con un alto tasso di suicidi tra gli adolescenti. Adolescenti che – sorpresa! – usano internet, dove esistono gruppi dedicati al suicidio. Anche qui però ci sono i troll (se così si possono chiamare), che invece di provare ad aiutare un utente fragile fanno l’opposto. Questo succedeva anche prima però, quando non c’era un gioco perverso da cui stare in guardia o una rete di curatori. Piuttosto il rischio è quello dell’ostensione della leggenda, cioè che dopo l’esposizione mediatica qualcuno decida di comportarsi come curatore, e un altro (potenziale vittima) decida di cercarlo. Entrambi hanno assimilato la leggenda e la mettono in pratica. E in alcuni casi sembra che sia successo proprio così, per fortuna senza arrivare mai a un punto di non ritorno.

… e Momo challenge

Momo arriva subito dopo, nell’estate del 2018, e forse non è un caso che sia il periodo della notizie leggere: succederà lo stesso con Jonathan Galindo, dopotutto. L’innovazione principale rispetto a Blue whale è che i maniaci userebbero l’immagine di una creatura molto particolare, Momo appunto. Non può passare inosservata, e infatti è la foto di una statua creata da un artista nel 2016: rappresenta un ubume, una creatura mitologica giapponese.

La statua non esiste più, e l’artista è completamente estraneo alla Momo challenge a cui è associata. In questo caso, nella leggenda originaria, la persona dietro la creatura si farebbe contattare, ovvero sfidare, rispondendo a specifici numeri telefonici, via Whatsapp. A quel punto Momo perseguitererebbe la vittima, ovviamente un giovane o una giovane, con immagini raccapriccianti.

L’origine in questo caso sembra più lineare. Potrebbe essere andata così: qualcuno ha visto la foto della statua su Instagram, ne è stato colpito e l’ha diffusa, ritagliandola e togliendola al suo contesto. Forse la stessa persona ha scelto anche il suo nome, Momo. Poi la fantasia di internet ha creato una leggenda horror per il personaggio, un creepypasta. Il meme è diventato abbastanza popolare da spingere qualcuno a impersonare la leggenda (di nuovo l’ostensione), cioè a creare account legati a Momo. Alcuni di questi forse poi hanno davvero inviato video spaventosi a chi cercava brividi, ma la maggior parte non faceva assolutamente nulla.

La genesi di Jonathan Galindo

Jonathan Galindo è quindi l’ultima incarnazione della “sfida mortale orchestrata da psicopatici che predano i bambini su internet”. L’esperta di leggende metropolitane Sofia Lincos (Cicap-Ceravolc) ha seguito dalla nascita anche questo fenomeno, e già a luglio notava che Jonathan Galindo era una specie di chimera tra Blue whale e Momo. Di Blue whale ritroviamo il gioco autolesionista. Di Momo invece abbiamo una personificazione vagamente inquietante e caratteristica: in questo caso quella di una persona truccata con una maschera che ricorda Pippo.

Come per Momo, quel travestimento non c’entra nulla con la sfida associata. Le foto e i video sono di un videomaker americano conosciuto solo attraverso pseudonimi: Samuel Canini su Instagram, Sammy Catnipnik su Tumblr o Dusky Sam su Twitter. A inizio luglio, con una serie di cinguettii, l’artista ha specificato che il materiale è di almeno 7 anni fa e non è mai stato pensato per il gioco di Jonathan Galindo.

Su internet, il travestimento è diventato nel tempo una creatura con nome e cognome: Jonathan Galindo arriva solo nel 2017. Nei creepypasta diventa uno stalker immaginario, un altro mostro moderno come Slender Man. La sua consacrazione a fenomeno mainstream, e la proliferazione di profili a lui associatiavviene però nel 2019-2020, grazie agli influencer prima di Tiktok e poi di Instagram. L’ultimo passo è la trasformazione da fenomeno di internet a psicosi per la sicurezza dei bambini. Nell’evoluzione di Jonathan Galindo non c’è davvero nulla che non sia già visto.

La responsabilità dei media

La storia recente insegna che questi fenomeni possono diventare davvero pericolosi nel momento in cui la stampa se ne occupa in maniera acritica e sensazionalistica. Quando a ottobre un bambino si è suicidato a Napoli, gran parte della stampa ha riesumato la storia estiva di Galindo, che sembrava ormai dimenticata.

In un colpo solo i mezzi di informazione hanno dato l’illusione di un nesso (tutto da dimostrare), hanno rinvigorito una leggenda metropolitana favorendone l’ostensione e hanno ignorato ogni buona pratica giornalistica riguardo al parlare di suicidi. Non solo: anche Blue whale e Momo sono rientrati in gioco, e non sempre è spiegata chiaramente negli articoli la loro matrice leggendaria.

Dare un volto ai pericoli

Al di là della professionalità o meno dei media, ci potremmo chiedere cosa rende queste storie irresistibili. “Storie del genere sono sempre esistite”, spiega a Wired Sofia Lincos: “Nel 1878, Robert Louis Stevenson rese popolare in una serie di racconti l’idea di un “club dei suicidi”, un luogo dove i soci si incontravano tutte le settimane, giocavano a carte, e chi pescava l’asso di picche avrebbe dovuto essere ucciso da un altro membro del club. Quello che aveva pescato l’asso di fiori, per l’esattezza. Non era solo un’invenzione letteraria: da diversi anni le cronache d’epoca riportavano storie simili, club legati da misteriosi patti di morte o simili usanze, la cui esistenza era però molto più vagheggiata che fattuale”.

In tempi più recenti, si diceva che i giovani appassionati di metal o di giochi di ruolo (classico l’esempio di Dungeons and Dragons), rischiassero di essere cooptati da sette sataniche che li inducevano poi al suicidio. “Sono leggende che nascono dall’ansia dei genitori verso mondi che, il più delle volte, gli sono sconosciuti. L’idea che, cioè, seguendo qualche nuova moda o gioco al di fuori della loro portata, i loro figli possano finire in situazioni pericolose e forse anche mortali”, commenta Lincos

Jonathan Galindo si aggiunge a questa lista di panici morali, che servono in qualche modo a dare un volto ai pericoli del web: il cyberbullismo, l’anonimato dietro a cui si può celare il malintenzionato, l’interazione non sempre voluta tra virtuale e reale. Sono questi i veri rischi di internet: mascherarli dietro a un volto spaventoso, quello del Pippo deformato o di Momo, non aiuta davvero a conoscerli ed evitarli.

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